LA NEVE DEL CORNO ALLE SCALE

 

Si dice non esistano due fiocchi di neve uguali. In effetti la scienza ci parla di umidità, temperatura, cristalli di ghiaccio e nuclei di aggregazione. Ma soprattutto di molecole, un numero colossale di molecole per ogni singolo fiocco, che è assurdo pensare si possano disporre nella stessa identica posizione.

Si dice anche che quando nevica il mondo si ferma. In effetti la scienza ci parla di antenati comuni e di letargo, di geni condivisi e attivabili perfino per portare l’uomo ad uno stato di ibernazione. Non ci parla di quanto attiri la poltrona davanti al focolare quando cade la neve, anche se forse è tutto legato.

Ma io, che non sono mica uno scienziato, tutte queste cose non le conosco. Io, che non son mica tuttaposto, quando nevica esco di casa per cercare due fiocchi gemelli.

Esco tra i boschi di faggio del luogo che chiamo casa, verso il monte Gennaio, verso il crinale più alto dove gli alberi lasciano il passo ai mirtilli (con tutta sta neve chissà che boni saranno st’estate i baggioli, non come l’anno scorso che il gelo s’è bruciato tutte le piantine).

Ma non è per nulla facile arrivare fino lassù. Parto da Pianaccio, da dove Enzo Biagi “in fondo non è mai uscito” (così diceva lui, vaccaboia ma ci pensi? Ha girato il mondo da cronista, conoscendo gli uomini più potenti del mondo e qui, in un paesino di 16 anime ha chiesto di essere sepolto, mica chissà dove!). Si prende la forestale per Segavecchia, che si chiama così mica perché le segavano davvero le vecchie: è il nome di una segheria, sorta dove prima ancora si andava a festeggiare la fine dell’inverno. Da qui si sale per i Monti Grossi (‘na fadiga!) verso il Cancellino, una sella rotonda che in pratica sei già in Toscana. Salgo seguendo un po’ il sentiero e un po’ no, seguendo prima la pista di una lepre e poi quella di una volpe. Smette di nevicare che non ho ancora trovato due fiocchi uguali (manco ‘sta volta, vaccaboia!).

Mi fermo quando arrivo al punto in cui i faggi iniziano a torcersi per il vento, a diventare sempre più sottili per le rigide temperature e sempre più bassi per la neve che cade (o dovrebbe cadere) in inverno. Mi fermo e lo ascolto. Ascolto il silenzio. È tanto.

Quando arrivo al passo anche lo spettacolo è tanto: il Corno e la sua magnifica parete Est. Con tutta ‘sta neve qui i gradini di arenaria risaltano, si vedono tutte le sue scale. La scienza parlerebbe di mari scomparsi, di ondate di piena dei fiumi alpini, di torbiditi e di movimenti tettonici. Ma lo sapete ormai, che non sono mica uno scienziato.

Mi piace arrivare quassù, un piede in terra toscana e uno in Emilia (chissà ‘na volta, non doveva mica esser facile passare da qui, se si chiama pure Cancellino!), a guardare il panorama ora finalmente rischiarato. E…guarda: si vede pure la luna! Vaccaboia che luce che c’è adesso! Ora sì che posso continuare la mia ricerca!

Ma alla fine, oltre ai fiocchi gemelli, mi piace venire qui e stare da solo. È come se fossi in quarantena dal mondo degli umani, il nostro mondo troppo caotico e di fretta. Qui riprendo il mio tempo.

Una volta, a metà settembre, quando i crinali diventano rosso fuoco per le piantine di mirtillo e iperico in veste autunnale, sentii il branco ululare. La scienza dice che qui il lupo, senza alcun intervento umano, è tornato da trent’anni e che ci sta bene: tra le valli del Baricello, del Causso e la parete del Corno ha un territorio tutto per lui. Un territorio selvaggio, condiviso con le sue prede (cinghiali e caprioli soprattutto, come indicano chiaramente le fatte – vaccaboia se puzzano!) e tanti altri coabitanti dell’ecosistema più selvaggio della nostra provincia. L’aquila, regina dei cieli, gli altri rapaci diurni e notturni e il resto degli uccelli, la miriade di insetti e i colorati anfibi (s’è bella la salamandra!). Ma anche tanti funghi (ma tanti veh!) e poi licheni variopinte e piante, alcune testimoni di un antico periodo glaciale.

Un’altra volta, in un inverno senza neve, mi accorsi di quanto fitto e intricato era stato il lavorio umano su questi crinali: potevo intravedere tra i boschi le sagome delle mulattiere ormai abbandonate, indovinare i luoghi di sosta e immaginare i casoni per l’essiccazione delle castagne, più in basso, verso Montagù (Monteacuto delle Alpi). E risentii la voce dei vecchi raccontare storie di paura per non far allontanare i bambini dalla carbonaia, fole di omicidi efferati, di amori e di mostri. Ma anche storie dei tempi passati, quelli veri, della guerra e dei ragazzi partigiani, sparsi nei boschi di casa nostra a combattere il mostro reale del nazifascismo (vaccaboia, ma ci pensi che avevano meno di vent’anni?).

Ora tutto tace. Un refolo di vento smuove il manto bianco, la neve mi scivola addosso. Con un soffio due fiocchi si posano sul giaccone. Li osservo per bene, strabuzzo gli occhi e apro la bocca.

Parlo al vento. E lui risponde.

– E ora?

– E ora cosa?

– Ora cosa facciamo?

– Quello che avremmo dovuto fare da tanto tempo: nulla.

 

 

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